Intervento del Presidente, Francesco Schittulli, al convegno "Strumenti per la programmazione e lo sviluppo delle autonomie locali"

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Intervento del Presidente, Francesco Schittulli, al convegno "Strumenti per la programmazione e lo sviluppo delle autonomie locali"

Autorità, Signore e Signori, ringrazio l’On. Raffaele Baldassarre per l’opportunità che ci offre di riflettere questa mattina – anche grazie agli apporti che vi saranno degli autorevoli interventi previsti – uno dei temi di più stringente attualità, relativamente alla possibilità di sviluppo delle autonomie locali. Voglio soffermarmi, in questo breve intervento, su un aspetto peculiare e specifico di questo tema, che riguarda la possibilità di accesso, per gli enti locali, ai fondi europei. Come sappiamo, i fondi messi a disposizione da parte dell’Unione Europea sono di due tipi: fondi strutturali e fondi settoriali o altrimenti chiamati a gestione diretta. I fondi strutturali (Fondo europeo di sviluppo regionale – FESR, Fondo sociale europeo – FSE e Fondi di Coesione) sono programmati ed erogati direttamente dai governi nazionali e regionali dei paesi membri; mentre i fondi a gestione diretta sono programmati ed erogati da parte delle direzioni generali della Commissione Europea. I primi hanno come primario obiettivo quello di contribuire alla riduzione del divario esistente tra i paesi membri e supportare il loro sviluppo economico e sociale (attraverso il finanziamento delle infrastrutture, degli aiuti alle imprese, specie nel settore dell’innovazione tecnologica, e delle politiche sociali di inserimento lavorativo, occupabilità, adattabilità e pari opportunità). I secondi hanno, invece, l’obiettivo di supportare la definizione e l’implementazione di politiche comuni in settori strategici, quali, a titolo d’esempio, la ricerca e l’innovazione tecnologica, l’ambiente, l’imprenditorialità, il ife long learning. Primari destinatari dei fondi settoriali sono le amministrazioni e aziende pubbliche europee; anche se esistono fondi destinati a imprese private, università e centri di ricerca e ai soggetti del terzo settore. Accedono invece ai fondi strutturali tutti i soggetti economici di un territorio in relazione alla destinazione dei fondi. I fondi strutturali sono programmati in relazione a tre obiettivi: convergenza (destinati alle regioni europee con un PIL inferiore al 75% della media comunitaria – quattro sono le regioni italiane rientranti in questo obiettivo: Sicilia, Puglia, Calabria e Campania); competitività e occupazione (destinati a tutte le regioni non convergenza, che necessitano di un supporto per rafforzare i loro sistemi produttivi e sociali a fronte dell’evoluzione delle dinamiche competitive, che affliggono le economie più mature, tra cui la globalizzazione e la conseguente delocalizzazione); cooperazione (per stimolare la gestione di politiche e azioni di tipo transfrontaliero, trans regionale e transnazionale). L’Italia riceve un ammontare di fondi strutturali (FESR e FSE) pari a € 13,5 miliardi, con un cofinanziamento nazionale pari a € 16,7 miliardi. Il totale delle risorse programmate nell’ambito della politica di coesione da parte del Governo e delle Regioni ammonta pertanto a circa € 30,2 miliardi. Oltre a queste risorse destinate all’Italia vi sono le risorse programmate nell’ambito dei programmi settoriali, che ammontano a circa € 161 miliardi, destinati a tutti i 27 paesi membri e talvolta, seppur in misura inferiore, ai paesi non membri. Se l’utilizzo dei fondi strutturali è molto più semplice da parte delle amministrazioni pubbliche, in quanto segue logiche simili al trasferimento delle risorse di tipo ordinario, specie in relazione ai fondi gestiti dalle Regioni (nell’ambito dei programmi operativi regionali, che rappresentano la maggioranza), le difficoltà di accesso ai fondi settoriali sono sicuramente maggiori e non c’è dubbio – come dimostra uno studio a riguardo dell’Università Bocconi – che sarà la capacità di realizzare un apporto strategico ad incrementare l’attrazione di fondi europei a gestione diretta negli enti locali italiani. Sta di fatto, che i monitoraggi periodici della Ragioneria generale dello Stato testimoniano puntualmente i tassi di realizzazione al rallentatore che caratterizzano le Regioni italiane; l'ultimo, aggiornato a fine 2010, mostra che nelle Regioni del Mezzogiorno (obiettivo Convergenza) i pagamenti sono fermi al 9,6%, mentre nel resto d'Italia (obiettivo Competitività) si raggiunge il 18,8%. L'analisi condotta dall'Ifel (la fondazione Anci sulla finanza locale) sulla base degli elenchi dei beneficiari stilati dalle Regioni, però, fa un passo in più, e mette nero su bianco i mali che stanno alla base di risultati così deludenti: frammentazione degli interventi, confusione fra gestione e programmazione, dirottamento dei fondi comunitari su programmi tutt'altro che "strategici", spesso con l'obiettivo malcelato di utilizzare le risorse Ue per quello che non si riesce più a realizzare con i soldi propri. Il primo è il dato più eclatante. Ai Comuni, sulla base della distribuzione condotta finora, andrà poco più di un quarto dei 30,6 miliardi di euro che il fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) dedica al nostro Paese nel ciclo di programmazione 2007-2013. Solo i sindaci, però, sono titolari di 2.410 progetti, distribuiti in 1.293 enti locali: in pratica, ogni sei Comuni italiani uno è titolare di almeno un progetto da finanziare con il Fesr. Questa quota sale al 43% nelle Regioni del Mezzogiorno e raggiunge lo stellare 89% in Calabria. Risultato: il 40% delle iniziative presentate è ancora all'anno zero. E pensare che, vista anche l'esperienza del passato, la "concentrazione" delle risorse su iniziative forti era uno degli asset del nuovo ciclo di programmazione. Il 43,5% dei progetti non supera i 150mila euro di valore. La polverizzazione delle risorse trasforma in una chimera la possibilità stessa di un monitoraggio efficace sui risultati effettivi ottenuti con l'impiego di risorse europee. Lo stesso problema si verifica con l'assegnazione diretta a privati, destinatari del 41,5% dei fondi Ue con picchi al Nord (in Piemonte va ai privati il 95,7% dell'assegno europeo), in genere piccoli e piccolissimi operatori economici. Il fenomeno si verifica anche nelle Regioni dell'obiettivo Convergenza (in Puglia la quota destinata ai privati è il 57,9% del totale), dove dovrebbe essere ancora più forte l'indirizzo dettato dall'Unione di privilegiare politiche in grado di chiudere la forbice di infrastrutture e servizi pubblici rispetto ai territori più ricchi. In un quadro così frammentato, diventa difficile capire davvero che cosa si finisca per realizzare con i fondi europei – ha sostenuto di recente, e con ragione, Il Sole 24 Ore. Dal punto di vista degli obiettivi dichiarati, la fetta più importante delle risorse dovrebbe servire alla «riqualificazione» di aree urbane, industriali e commerciali (36,2% dei fondi assegnati finora) e ad interventi per la mobilità (33,3%), il resto finisce nei capitoli dedicati alla «salvaguardia del territorio» (11,9%), al patrimonio artistico e culturale (11,4%), e solo piccoli rivoli vengono destinati all'«efficienza energetica» e all'«inclusione sociale».  E’ necessario cambiare rotta nella programmazione, prima che sia troppo tardi e considerando le novità che contraddistinguono la rosa dei finanziamenti UE in “via diretta” 2014-2020 contenuti nel pacchetto di proposte riguardanti il quadro finanziario pluriennale che la Commissione europea ha presentato il 18 luglio scorso ai Ministri degli Esteri dei Paesi membri. Uno sviluppo delle autonomie locali italiane, può passare soprattutto attraverso un approccio più serio e concreto nei confronti delle opportunità che derivano dalla programmazione europea. La speranza che nutro – penso condivisibile – è che insieme, come classe politica dirigente, sapremo cambiare rotta e cogliere finalmente queste chance di sviluppo che riguardano direttamente i nostri territori e i nostri cittadini.







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