Intervento del Presidente, Francesco Schittulli, al convegno "Le competenze individuali per lo sviluppo del bene comune"

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Intervento del Presidente, Francesco Schittulli, al convegno "Le competenze individuali per lo sviluppo del bene comune"

Autorità, Eminenza Reverendissima, gentili Signore e Signori, ringrazio molto l’UCID, per il cortese invito che mi è stato rivolto a trattare un tema di grande interesse, sociale. Tempo fa, il Presidente della World Bank, affermava: «Siamo passati da una crisi finanziaria a una crisi economica che si sta trasformando in crisi occupazionale: questa può diventare sociale e umana e può indurre, in certi paesi, anche una crisi politica». E’ quello che sta avvenendo.-> crisi di sistema. Dice la Caritas in veritate: «L’esclusivo obiettivo del profitto rischia di distruggere ricchezza e di creare povertà... Lo sviluppo economico continua a essere gravato da distorsioni e drammatici problemi, messi ancora più in risalto dall’attuale situazione di crisi». Le forze (talvolta cieche) della tecnica, gli squilibri planetari, gli effetti deleteri di una finanza speculativa, gli imponenti flussi migratori provocati (ma non gestiti), lo sfruttamento delle risorse della terra, inducono a ritenere che in gioco, oggi, sia lo stesso destino dell’uomo. La prospettiva può cambiare, io credo, se operiamo considerando che l’uomo è la creatura amata da Dio! L’ultima Enciclica di Benedetto XVI ci prospetta lo scenario di un mondo «che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore. La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno (CV, 21)». E (io mi permetterei di aggiungere) di onestà comportamentale. L’enciclica ci presenta la giustizia e la carità come due polarità positive che si potenziano reciprocamente e attraverso le quali passa e si esprime il bene comune. Bene comune che non è la semplice sommatoria di beni e interessi individualistici, ma deve essere considerato come un bene sociale, un bene che le persone condividono grazie alla loro attiva partecipazione alla vita della comunità. La carità di cui parla l’enciclica non è un semplice sentimento, una mozione degli affetti. Al contrario presuppone la ragione, l’intelligenza. Ed è illuminata dalla fede. Questo potenziale di amore non nega, anzi valorizza nel bene le possibilità offerte dall’economia, dal mercato, dalla scienza, dal progresso scientifico e tecnologico. È in questo contesto che l’enciclica colloca il discorso sul dono. Il dono che genera l’alleanza tra le persone, promuove la fiducia, la cooperazione, l’amicizia, la solidarietà, la libertà. Il dono non è qualcosa per l’altro ma con l’altro. Per me il dono è il bene comune. Un patto può legare l'impresa e la società. La società vede nell'impresa una risorsa da salvaguardare e sviluppare; l'impresa accetta la sfida del bene comune. Un’economia autenticamente umana non esclude il profitto, ma lo considera strumento in vista del bene comune. «Lo sviluppo – dice la Caritas in Veritate - è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivono fortemente nelle loro coscienze l’appello al bene comune». E’ lecito chiedersi quale sia il luogo di origine della tensione etica da porre a fondamento dell’economia e dell’impresa. Tale luogo di origine sta certamente nel sapere, nell’intelligenza. Ma da soli non bastano, c’è bisogno del cuore, dei valori del Cristianesimo. È questo un passaggio fondamentale dell’enciclica. «Le esigenze dell’amore non contraddicono quelle della ragione. Il sapere umano è insufficiente e le conclusioni delle scienze non potranno indicare da sole la via verso lo sviluppo integrale dell’uomo. C’è sempre bisogno di spingersi più in là: lo richiede la carità nella verità». In questa prospettiva fede e ragione si aiutano a vicenda. Solo insieme salveranno l’uomo. La ragione senza la fede rischia di perdersi nell’illusione della sua onnipotenza. La fede senza la ragione rischia l’estraniazione dalla vita concreta della gente. E’ questa, a mio avviso, la prospettiva di un nuovo umanesimo, che insieme siamo chiamati a costruire, per salvare il mondo e noi stessi dagli attuali disastri.      







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